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Adriano Panatta, uno dei più grandi tennisti italiani di tutti i tempi. Da qualche tempo anche scrittore, dopo l’uscita del libro “Più dritti che rovesci” (con la collaborazione di Daniele Azzolini - edito da Rizzoli). Allora di cosa tratta il libro? E come nasce questa esperienza da scrittore?

Questo libro segue un percorso fatto di gioie, delusioni, aneddoti, in cui racconto la mia esperienza tennistica, ma non solo. Racconto anche di una Roma e di un’Italia, quelle degli anni 60-70, sicuramente diverse da quanto sono oggi.Per quanto riguarda la pubblicazione, il progetto era pronto da circa 2 anni, ma è rimasto in stand by fino ad oggi, anche se è difficile a credersi, per pudore. Ora addirittura c’è un progetto di farne un altro con Yuri Chechi.

Ultimamente è stato protagonista anche al Festival del Cinema di Roma. Il documentario “La maglietta rossa” infatti, presentato dal regista Mimmo Calopresti, non è altro che una rievocazione di quel famoso  match di Coppa Davis del 1976  contro il Cile dittatoriale di Pinochet, passato alla storia proprio per il singolare atto di protesta della maglia. Che ricordi ha di tale episodio?

Il momento in Cile era difficile. C’era una forte tensione. Tra l’altro tengo a precisare che il nostro governo, con Andreotti a capo, aveva fitti rapporti con quello cileno. La trasferta di Coppa Davis è stata per molto tempo in dubbio. Ci furono delle opposizioni e slogan contro Pinochet da parte delle federazioni, dei giovani. Fu poi l’intervento di Enrico Berlinguer a stabilizzare la situazione, in pratica dando a noi atleti la possibilità di scegliere se giocare il match o no. Noi decidemmo di giocare. Riguardo al gesto della maglietta, devo dire che ho scelto il rosso, non perché è il colore del comunismo, ma quello della protesta. Quindi è stato un modo per testimoniare il dissenso mio e del mio compagno di squadra, Paolo Bertolucci, contro il regime di Pinochet.

Nella sua carriera da tennista tanti, davvero tanti successi, e in diverse competizioni. Quale è quello che ricorda con più piacere?

Direi che l’anno da incorniciare è il 1976, con la vittoria della Coppa Davis, degli Internazionali d’Italia e del Roland Garros.

Tanti anche gli avversari affrontati in carriera. Quello che temeva di più? Ovvero la sua bestia nera?

Sicuramente il francese Francois Jauffret. Una volta al Roland Garros attendevo nei quarti di finale il vincente dell’incontro tra lo stesso Jauffret e Borg. Ebbene in quell’incontro tifavo per Borg.
In generale pensa che ci siano delle differenze tra il tennis del suo periodo e quello attuale?
Oggi è tutto cambiato. Ma come per il tennis vale per tutti gli sport. Si è velocizzato il gioco, ma in generale si è, diciamo, evoluto il tutto: dall’equipaggiamento a disposizione, vedi le racchette, alla tenuta atletica dei giocatori, che oggi possono avvalersi di un’alimentazione più completa.

E tra i giocatori attuali c’è qualcuno che per caratteristiche di gioco le assomiglia?

No, oggi si gioca in maniera diversa. Hanno tutti un gioco molto simile tra di loro, a parte Federer che è infatti il più forte. Allo stesso modo ai miei tempi Borg era una spanna sopra tutti.

Oggi i tennisti italiani arrancano nelle classifiche mentre al contrario le donne volano, vedi il successo in Fed Cup e la storica, anche se temporanea, decima posizione nel ranking WTA della Pennetta. Quale secondo lei la spiegazione?

La spiegazione non è ovvia. Bisogna considerare l’utenza di questo sport. Il tennis è radicato ormai in tutte le culture. Per questo non è semplice riuscire ad imporsi. Diciamo che poi sono tante le variabili che condizionano la tenuta di un atleta.

In tal senso, secondo lei, è un caso che le migliori tenniste azzurre ormai vivano e si allenino all’estero (Flavia Pennetta in Spagna, Francesca Schiavone in Inghilterra)?

Credo che il segreto sia allenarsi bene. Per questo bisogna trovare l’ambiente ideale. Il caso della Pennetta è particolare. Flavia ha avuto per diversi anni una relazione col tennista spagnolo Moya. Poi, una volta interrotto questo legame, ha comunque preferito rimanere lì, in quanto mantiene ancora una certa sintonia con quell’ambiente. Comunque bisogna sottolineare un aspetto. Lì i coach non hanno gelosie, ma si confrontano tra di loro nel tentativo di migliorare il gioco degli atleti. Purtroppo in Italia questa mentalità non è presente.

In generale quella appena conclusasi non è stata una stagione esaltante per il tennis azzurro al maschile. Si aspetta un salto di qualità da parte di un giocatore particolare nella prossima stagione? E in generale c'è qualche speranza in futuro per gli attuali tennisti di accedere alla Top 20?

Sia Bolelli che Seppi hanno potenzialità e capacità per poterlo fare. Occorre che trovino le coordinate giuste tra condizione fisica, maturità psicologica e giuste scelte di calendario. Entrambi possono farcela.

La stagione inoltre si è conclusa con due ritiri eccellenti. Hanno infatti appeso la racchetta al chiodo il talentuoso russo Marat Safin e la forte transapina Amelie Mauresmo. Le cause ufficiali sembrano essere mancanza di stimoli e motivazioni. In realtà dietro lo stop si celerebbero forti problemi psicologici e anche depressione. Può davvero ridurre in tali condizioni il tennis professionistico moderno?

Ion Tiriac ha detto che se Marat avesse avuto il 10% della voglia di allenarsi di sua sorella Dinara sarebbe rimasto numero 1 per 10 anni e se Dinara avesse avuto il 10% del talento di Marat sarebbe numero 1 per i prossimi 10. Marat, in effetti, ha uno straordinario talento non sostenuto però da una costante concentrazione alla lunga distanza. Ha vinto due tornei dello Slam ed a 29 anni avrebbe potuto giocare ancora col talento che ha. Ma a che livello? Da protagonista o da comprimario? E quest’ultimo ruolo molto probabilmente non gli andava, come non andava ad Amelie Mauresmo che a 30 anni ha giudicato il suo gioco non abbastanza sufficiente per difendersi contro l’utilitarismo del circuito femminile.

Andre Agassi ha confessato in una recente autobiografia di aver usato sostanze stupefacenti nel corso della propria carriera. Crede che il doping sia diffuso nel tennis di oggi?

Il fenomeno doping esiste indubbiamente anche nel tennis. In tal senso oggi è la Federazione Internazionale che gestisce la situazione. Diciamo che riesce a mascherare i casi più clamorosi, chiamando a parte e avvertendo i giocatori incriminati e celando l’episodio al mondo esterno. Cosi il tennis può mantenere la sua facciata di sport completamente sano e pulito. Sono rimasto sconcertato dalle dichiarazioni di Agassi. Non mi aspettavo certo dall’americano una condotta del genere. L’ho sempre considerato un tennista carismatico, quasi un esempio per i giovani. Davvero una sorpresa, naturalmente in negativo.

E' stato assessore allo sport della provincia di Roma. Come giudica l'associazionismo sportivo sul territorio romano?

La città di Roma ed anche tutto il Lazio hanno da sempre una organizzazione sportiva, ma anche culturale, di elevato spessore, sia in quantità che in qualità. E non va dimenticato che in tutte le discipline sportive, la regione è tra le prime d’Italia non solo per numero di circoli ed associazioni, ma anche per attività praticata.

Durante il suo mandato c'è stato un qualche progetto portato a termine di cui va fiero? E ha invece qualche rimpianto, qualcosa che voleva realizzare e non ha potuto?

In provincia ho avuto un mandato breve, poco più di un anno e mezzo. Il mio rammarico è stato proprio il tempo. Vado fiero però di aver dato una regolamentazione organica per l’assegnazione degli impianti sportivi pubblici, a favore di coloro che svolgevano attività per disabili. Il nuovo concetto di sport per una comunità e soprattutto per una città capitale come Roma deve tradursi in una nuova strategia di welfare e di inclusione sociale. Lo sport del terzo millennio deve tradursi in una vera strategia dell’inclusione, dove tutti – e soprattutto giovani a rischio esclusione, immigrati, anziani e cittadini diversamente abili - devono essere contemplati in un quadro di riferimento ove lo sport deve assurgere  a politica sociale vera e propria e diventare un luogo non solo fisico, ma ideale per comunicare e socializzare. E questo è stato lo spirito del mio mandato.


Simone Priscoglio



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