Videogiochi, propaganda della fede e sport: connubio possibile?

Sebbene nel giornalismo insegnino che un articolo non debba mai porre domande, ma dare soltanto risposte, stavolta l’eccezione è non solo necessaria ma additittura doverosa.

Siamo infatti all’inizio di un dibattito del tutto nuovo, dove anche la stessa teoretica è ancora tutta da formulare. Da un lato c’è il mondo dei videogiochi, dinamico, intraprendente, attraente e non di rado votato all’estremo: da un altro c’è la Chiesa, che osserva il fenomeno con interesse, ravvisandovi l’opportunità di (ri)avviare il contatto con il mondo giovanile; sul terzo lato c’è lo sport, il CSI nello specifico, che già da tempo sta riflettendo sul come rendere effettivamente “sportiva” la pratica dei videogames, senza le forzature e gli eccessi del mondo professionistico degli esports.

Una triangolazione che ha bisogno di una propria formula per essere realizzata, fermo restando che una soluzione bisognerà in qualche modo trovarla. E in fretta, visto che la pandemia sta tenendo lontani i ragazzi tanto dai campi sportivi quanto dagli oratori.

Con una discreta dose di coraggio, la Diocesi di Albano ha fatto da apripista col convegno online tenutosi domenica scorsa, in partnership col CSI Roma.
Ne parliamo con il responsabile dell’ufficio diocesano per la pastorale dello Sport e del tempo libero, Gilberto Stival, promoter dell’iniziativa.

Come è nata l’idea di questo convegno?
E’ nata dall’evoluzione degli incontri con dirigenti sportivi fatti in estate col CSI ed in particolare dall'incontro dedicato all’i-game, dove alcuni educatori e formatori hanno dato alcune indicazioni interessanti sull’equilibrio raggiungibile fra attività sportiva e giochi elettronici. Pertanto, abbiamo voluto ampliare il dibattito attraverso un’iniziativa più grande; la presenza della Diocesi infatti permette di coinvolgere anche le parrocchie.

Quali messaggi fondamentali sono emersi?
Gli i-games sono una realtà di cui tenere conto e che coinvolge anche i meno giovani. Però, sarebbe importante avere degli educatori formati in questo settore, in modo che diventino degli influencer positivi; gente che sappia giocare e che conosca la gestione dei giochi stessi, anche in termini di tempo, e che sia in grado di far capire ai ragazzi le cose che si possono fare al di fuori. Ci sono delle problematiche legate alle persone più fragili, che possono non avere benefici da questa attività ludica, ed anzi il contrario. Ma, in sostanza, ora abbiamo innanzitutto la necessità di informarci sulla qualità e la natura dei giochi, e di stare vicino ai ragazzi per farci spiegare cosa stanno facendo, per creare una simmetria di conoscenza fra quello sanno loro e quello che possiamo sapere noi.

Tutto questo lavoro a cosa dovrebbe portare?
Il nostro obiettivo come pastorale è comprendere il mondo dei videogiochi e sapere come agire in tale ambito, oltre le vie che già percorriamo per avvicinare i ragazzi. Con uno slogan possiamo dire: percorrere le vie del virtuale per non dimenticare nessuno. La collaborazione col CSI, e non solo, è fondamentale per trovare una strategia, unendo le rispettive competenze. Proprio oggi ho inviato una email a tutti i parroci chiedendogli portarmi i commenti sul convegno, di cui mi interessano in particolare quelli dei consigli parrocchiali. Ma sarà un lavoro lungo…

Videogiochi, fede e sport sono davvero conciliabili? 
Personalmente indirizzerei i videogiochi su un piano prettamente ludico. Considerarli una attività sportiva vera e propria mi pare un po’ forzato, visto che di mezzo c’è il discorso della sedentarietà, mentre noi vogliamo educare i giovani al movimento. D’altra parte, se gli esports entrano nei programmi olimpici le prospettive cambiano. 

Si potrebbe allora divaricare il discorso su due filoni?
Il punto fondamentale è che non dobbiamo escluderci. La stessa Diocesi mi ha lasciato strada aperta nell’organizzare il convegno perchè si rende conto che è un argomento da affrontare. Per quanto mi riguarda, conoscere questo mondo mi ha permesso di relazionarmi coi ragazzi in maniera nuova. Per dirvi un aneddoto, ho imparato quattro parole gergali dei videogiochi e ne ho parlato a scuola: loro hanno aperto gli occhi e hanno comunciato a parlare di cose che avrebbero avuto paura ad esternare, come se il gioco fosse un qualcosa da tenere nascosto. In definitiva, il nostro obiettivo passare dalla chiesa “in virtuale” per ritornare ai ragazzi in presenza al termine dell’epidemia.

Allora bisogna fare in fretta, se non vogliamo perdere l’occasione.
Questo è vero, ed è uno dei motivi per cui ci siamo affidati ad un ente di ispirazione cristiana quale è il CSI, dato che sarà pure importante trovare i giochi giusti e il modo per veicolarli. D’altra parte, come è emerso dal breafing con i relatori che abbiamo avuto oggi, il gioco virtuale ha un grande limite: c’è mancanza di integrità nella figura completa dell’uomo.

Però, come detto prima, se la Chiesa ha deciso di avvicinarsi ai videogames un valido motivo ci sarà…
Ecco, all’inizio del convegno ho ripreso una frase di Igino Giordani, politico che ha fatto parte del movimento dei Focolarini, che recitava così: molta gente non ascolta i preti e non va in chiesa, però legge, e se nel libro trova agnosticismo diventa agnostico, se non trova niente rimarrà quello che è, se trova il cristianesimo può darsi che diventi cristiano.  Se questa riusciremo a portare questa metodologia di approccio in tutte le nostre attività, daremmo la notizia del Vangelo in tutti gli ambiti che incontreremo. Compresi i videogiochi.

  • 17/11/2020

Galleria

Condividi

    Categorie

    Le altre notizie